La scuola materna

Nel 2011 L. iniziava la scuola materna. Dopo due anni di continuità al nido, cambiava ambiente, cambiava amici e maestre ed ero un po’ preoccupata per come tutti avrebbero potuto prendere il suo modo di essere. Lui era sereno. Io gli avevo insegnato che quando qualcuno gli chiedeva perché gli piacesse il rosa o i vestiti da femmina o i giochi da bambina lui doveva spiegare che ognuno ha i suoi gusti.
“Ognuno ha i suoi gusti”. Quante volte gli ho sentito ripetere negli anni fino ad oggi questa frase. A lui e ai suoi fratelli, quando  fanno branco intorno a lui se qualcuno insiste in maniera eccessiva sul fatto che sembra una bambina!
Pensai che comunque forse era il caso di chiedere un incontro con le maestre per spiegare meglio la situazione e per dire loro che io ero assolutamente dell’idea di assecondare mio figlio. Ero un po’ preoccupata ma il colloquio andò bene. Le maestre si mostrarono aperte  e comprensive e la cosa mi tranquillizzò molto. Anche i compagni erano accoglienti. Mio figlio legò subito con le bambine e tutte lo adoravano. Era l’amico perfetto: gentile, carino e pieno di little pony e principesse che non mancava di regalare a ogni occasione! I maschi non parevano escluderlo né prenderlo in giro e i genitori, forse aiutati dal fatto che io non facessi mistero di nulla, parevano assolutamente a loro agio.

Per un bel po’ mi sentii molto fortunata.
Per tutti i tre anni di materna ho cercato di parlare apertamente delle caratteristiche di mio figlio. Allora sapevo molto poco, forse nulla, sulla disforia di genere. Allora mio figlio aveva solo ‘gusti particolari’. Avevo, comunque, capito che solo attraverso l’apertura e la conoscenza ci può essere un’evoluzione nell’accettazione pubblica.
Alla fine dell’ultimo anno la maestra mi chiamò per un colloquio personale. Era molto felice di parlarmi. Ricordo che entrai nella stanza e appena fui seduta lei mi disse  “Puoi stare tranquilla!! Nel corso dell’anno in classe abbiamo fatto un lavoro bellissimo  sul corpo umano, parlando di tutto e anche della differenza tra maschio e femmina! Adesso L. sa molto bene che chi ha il pisello è maschio e chi non ce l’ha è femmina!” Rimasi basita! Tutto quello che avevo cercato di spiegare non era servito a nulla! Era come se nella testa della maestra non fosse nemmeno concepibile il concetto che l’identità sessuale sia diversa dal sesso biologico! Ed era così contenta della sua comunicazione, del suo annuncio. Perchè grazie al suo lavoro adesso potevo stare tranquilla. E si vedeva che era sincera.
Capii allora il lavoro immane che ancora c’è da fare nel nostro paese perchè siamo ancora prima della fase di accettazione di certe realtà, siamo alla fase dell’acquisizione del concetto. Provai a rispiegare alla maestra la differenza, ma lei insistette sul suo punto. Dopo tutto era lei l’esperta educatrice e io non semplice mamma.

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