Per fortuna parlo inglese!

 Quando nell’ormai lontano 1991 sono andata a vivere negli Stati Uniti non avrei mai immaginato quanto sapere l’inglese mi avrebbe cambiato la vita e permesso cose che altrimenti non avrei potuto mai fare e conoscere. Sì devo dire che, non avessi parlato bene l’inglese, la mia vita sarebbe stata molto differente. E anche questa esperienza con mio figlio sarebbe stata molto diversa e sicuramente parecchio più difficile.
Mentre ‘la fase’ andava avanti e lui perseverava nei suoi gusti ‘da femmina’, vestendosi di rosa, indossando gonne e vestiti in casa (e qualche volta anche fuori finché era più piccolo), giocando con le Barbie, facendo danza classica… io cercavo di capire dove tutto questo ci stesse portando. Credo che sia compito di ogni genitore non privare i propri figli della libertà di scelta ma credo che sia anche un dovere cercare di capirli. Che non vuol dire “essere comprensivi” ma letteralmente cercare di capire che cosa avvenga dentro di loro.
Parlare con gli amici non serviva a nulla. Non avrei mai creduto ci fosse una tale chiusura mentale! Ognuno aveva la sua idea: ero io che lo avevo portato ad essere così, era lui che voleva in questo modo essere sempre al centro dell’attenzione, era la mancanza di una figura maschile importante e presente (io e mio marito ci siamo separati che mio figlio aveva 4 anni) ecc ecc. Così, l’unica alternativa era, come si dice, “googleare”. Cercavo notizie su come “nascesse” l’omosessualità. Leggevo racconti di adulti omosessuali che raccontavano la loro infanzia. Eppure qualcosa in tutto questo non  “corrispondeva” ai comportamenti di mio figlio. Molti uomini omosessuali, quasi tutti a dire il vero, non raccontavano di questa necessità nella loro infanzia di vestirsi da femmina né di questa marcata appartenenza a tutto ciò che fosse femminile. Mi misi allora a cercare in maniera differente: “Bambini che vogliono essere bambine”. Impossibile trovare qualcosa che mi soddisfacesse. I soliti discorsi banali della “fase”. Finché pensai di cercare in inglese: “my son wants to be a girl”. Da quel momento entrai in un mondo diverso e scoprii di non essere l’unica mamma che viveva una storia così. E per la prima volta lessi il termine “disforia di genere”. Leggendo il primo articolo fui rimandata a un video su youtube. clicca qui per vedere il video

La storia di Joey Romero, nato bambino e che adesso vive come Josie, una bambina felice. La storia ricordava moltissimo la mia. La descrizione di come in ogni negozio di vestiti Joey andasse sempre verso il reparto da bambina, il modo di giocare, la felicità quando poteva fingere di essere bimba, ma anche il nervosismo fin dalla prima infanzia, la mamma che andava dalla psicologa per capire perché suo figlio avesse tanta tensione e aggressività addosso. Guardai il video con curiosità, stupore e timore. E capii che avevo sicuramente una buona base da cui partire.
Continuai sempre più intensamente le mie ricerche su internet. Negli Stati Uniti, in Australia, in Gran Bretagna, ma anche in Colombia, Spagna, Huruguay, e in molti altri paesi che nel nostro immaginario sono più arretrati di noi, esistevano associazioni di famiglie di bambini transgender o gender fluid (in un post a sé spiegherò la differenza). Parlai anche con alcune di queste associazioni, scrissi alle mamme. Tutti gentilmente risposero. Stupendosi e dispiacendosi che dovessi arrivare agli altri capi del mondo per chiedere “supporto” e chiarimenti. Ma tutti condividendo esattamente la mia stessa identica storia. Capii che esiste un mondo intero, e forse più, di cose a noi sconosciute, che però ci concediamo il lusso di giudicare, finché qualcosa non ci introduce in quel mondo e cifa aprire gli occhi. E decisi che, sia che mio figlio fosse realmente transgender o meno, anche qui in Italia era arrivato il momento di stare dalla parte dei bambini “confusi” e sopratutto delle loro famiglie il cui ruolo è fondamentale per la crescita serena di ogni giovane vita e per il futuro di noi tutti.

Leave a Reply

Your email address will not be published.